Home L'Enigma dell'Anima L’amante di Lady Chatterley: passato e modernità in un classico senza tempo

L’amante di Lady Chatterley: passato e modernità in un classico senza tempo

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La letteratura assume un ruolo fondamentale secondo la visione di Lawrence: il romanzo, se utilizzato in modo appropriato, è importante per due motivi. In primis, «può istruire e guidare il flusso della nostra coscienza verso nuovi orizzonti, distogliendoci da ciò che è morto»; in secundis, «perché può rivelare i luoghi più segreti dell’esistenza: è nelle pieghe segrete, celate, ma più passionali del soggetto che il flusso della consapevolezza emotiva deve poter scorrere e defluire, per purificare e rinvigorire».

L’amante di Lady Chatterley è un romanzo di D. H. Lawrence, considerato particolarmente scandaloso per l’epoca in cui fu scritto (1928), in quanto tratta per la prima volta del piacere femminile e della virilità. Fu censurato, per l’aperto contrasto con la morale vittoriana ancora ampiamente diffusa, e successivamente pubblicato in Inghilterra nel 1960.

La protagonista del romanzo è Constance “Connie”, che, dopo aver viaggiato molto e ricevuto un’educazione libera e aperta, sposa Clifford Chatterley, un barone appartenente all’English high society, rimasto invalido durante la guerra, che necessita di essere costantemente accudito. La donna, insofferente alla vita in campagna chiede aiuto alla sorella Hilda e decide di cambiare stile di vita.

Instaura una relazione extraconiugale prima con lo scrittore Michaelis e poi con il guardiacaccia Oliver Mellors, che le fa scoprire la sensualità e i piaceri del sesso. Man mano che la storia diventa più seria, Connie e Mellors chiedono il divorzio dai rispettivi coniugi per trascorrere il resto della vita insieme, crescendo il figlio che lei porta in grembo: il figlio che è il simbolo di una nuova vita, di una rinascita.

Lady Chatterley è il simbolo di un risveglio che pervade l’Europa negli anni Venti, di un risveglio che riguarda ogni sfera, non solo culturale e sociale, ma anche economica e politica. Nella prima parte dell’opera, lo scrittore si sofferma sull’educazione cosmopolita impartita a Connie e alla sorella Hilda: loro hanno viaggiato nelle capitali europee, studiato a Dresda, dove hanno vissuto le prime esperienze amorose con molta libertà; hanno frequentato ambienti culturali vivaci e stimolanti.

Quando Connie si sposa e si trasferisce nella residenza del marito, grigia e vuota, si adagia nella routine quotidiana. Poi, insofferente, si ribella lasciandosi andare alla passione travolgente per il guardiacaccia ambiguo e diffidente.

Con il suo comportamento, Connie si oppone all’intransigente società del tempo e trasgredisce le rigide convenzioni sociali, innamorandosi di un uomo appartenente ad una classe sociale inferiore alla sua.

È opportuno soffermarsi brevemente sulla figura di Mellors, che, dopo un passato da ufficiale dell’esercito inglese ed un matrimonio fallito alle spalle, ha scelto la strada della solitudine per evitare di soffrire: «è un amaro ma volontario isolamento», necessario per proteggere la sua anima dalle ferite dell’amore crudele.

Mellors ha rinunciato a vivere, per non cadere nell’inevitabile sofferenza e nella terribile dannazione che seguono alla dolorosa fine di un rapporto amoroso. Tuttavia, il guardiacaccia non è l’unico a cercare la solitudine: anche Connie ha paura dell’amore, «perché amando troppo quell’uomo, rischiava di perdere il controllo, di annientarsi». Nonostante le reticenze iniziali, ella progressivamente si abbandona alla passione, e così manifesta la sua indole aperta e sensuale che aveva represso per tanto, troppo tempo.

Il tema della differenza sociale è analizzato anche rispetto al rapporto tra i minatori e Clifford, proprietario della stessa miniera, il quale si adopera per migliorare la loro condizione di vita. Tuttavia, questo divario è ancora più evidente nel rapporto che lega Clifford e Ivy Bolton, la badante addetta a lui, sedotta dall’intelligenza dell’uomo, dalla consapevolezza che lui appartiene ad una classe sociale superiore.

Il barone, lusingato dal fatto di avere una persona che lo asseconda in ogni attività, insegna ad Ivy i piaceri della vita dei nobili… come il gioco degli scacchi e delle carte. Apprendono così reciprocamente usi e costumi dell’altra classe sociale per completarsi a vicenda.

In questo romanzo l’autore esamina varie tematiche, tra cui quello della maternità; Connie desidera con ardore un figlio da crescere e, nel momento in cui capisce di amare il guardiacaccia, comprende anche «la differenza tra avere un bambino da qualcuno e averlo da un uomo che desideri fin nelle viscere».

Al contrario, il marito adotta un atteggiamento più indifferente rispetto alla possibilità di avere un figlio, tanto da non attribuire alcuna importanza a colui che dà il seme, bensì esclusivamente al tipo di educazione che viene impartita: «Dammi il figlio di un uomo qualsiasi, purché sano e di intelligenza media, e io ne farò un Chatterley perfettamente competente. Non è importante chi ci genera, ma la posizione in cui ci mette il destino. Cresci un bambino qualunque nella classe dirigenziale e diventerà, per quanto può, un capo; metti un bambino di re o di duchi tra la massa, e sarà un piccolo plebeo; l’esatto prodotto di quella massa. È la sopraffazione violenta dell’ambiente».

Lawrence è così innovativo da parlare per la prima volta dell’idea di figlio in provetta, qualcosa che sarà frutto di lunghe ricerche scientifiche tanti anni dopo la stesura del romanzo, e che ancora oggi fa discutere a livello etico-sociale.

Il contesto storico in cui è ambientata l’opera è quello degli anni Venti del Novecento: la Prima Guerra Mondiale è appena conclusa, si ampliano gli orizzonti in ogni campo. Si cercano nuove possibilità, ben sapendo che non sono infinite: «Si pensa che il mondo sia ricco di occasioni, ma l’esperienza personale insegna che in realtà si contano sulle dita. Ci sono tanti bei pesci nel mare… si, forse; ma di solito la gran massa è composta di sgombri o aringhe e se uno non è né sgombro né un’aringa difficilmente troverà nel mare molti bei pesci».

Articolo di Valeria Castelluccio