Home L'Enigma dell'Anima “La Felicità è una trappola” Intervista al Clowndottore e Coach Ambrogio Scognamiglio

“La Felicità è una trappola” Intervista al Clowndottore e Coach Ambrogio Scognamiglio

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Patch Adams ha scritto: “Sono stato un clown di strada per trent’anni ed ho tentato di rendere la mia vita stessa una vita buffa. Non nel senso in cui si usa oggi questa parola, ma nel senso originario. Buffo significava buono, felice, benedetto, fortunato, gentile e portatore di gioia. Indossare un naso di gomma ovunque io vada ha cambiato la mia vita”.

In un mondo in cui si rincorre una masticata felicità universale più che personale, la gioia diventa un’illusione preconfezionata fatta di sogni sognati da qualcun altro.
Perché non proviamo a desiderare la nostra personale ed unica felicità?
Perché non cerchiamo di guardarci dentro, di riconoscere le emozioni che proviamo e dare loro un nome?

Esistono veramente persone “portatrici di gioia”? Sì, esistono, ed io ne ho  intervistato uno. Ascoltando il Clowndottore e Coach Ambrogio Scognamiglio, non si può fare a meno di pensare che le sue parole sprigionino energia positiva, sorrisi di un’autenticità contagiosa ed abbracci empatici.

-Sei Clowndottore e Coach. Come hai deciso d’intraprendere questi due percorsi lavorativi?

Venivo dal mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, ho fatto cinema, televisione… Il livello di soddisfazione professionale ed economico era buono, ma sentivo sempre che mi mancava qualcosa.

Alla fine di ogni spettacolo sentivo il desiderio di scendere a ringraziare le prime file, tra cui le file che accoglievano i disabili e le persone in difficoltà…
Quando ho capito di avere questa spinta ho trovato il Corso di Clowndottori dell’Associazione Andrea Tudisco, ho intrapreso il percorso di formazione e nel 2008 è nato il mio clowndottore Tric Trac.

Nel momento in cui sono riuscito ad essere d’aiuto nella relazione di cura ho capito che anche al di fuori dell’ospedale, nelle aziende, in diversi luoghi di lavoro… aleggiava una sofferenza indicibile.

Ho così iniziato l’iter per formarmi come coach, ho preso il master in Coaching e tutte le certificazioni sull’intelligenza emotiva, comunicazione efficace… per iniziare poi a lavorare anche all’interno delle società.


-L’essere “portatore di gioia” ha inciso nella tua esperienza personale? In che modo?

Ci tengo a sottolineare che essere “portatori di gioia” non significa ridere sempre, scherzare sempre, stare sempre a mille… ma entrare in contatto pienamente con tutto lo spettro delle emozioni.

Per conoscere la vera gioia devi conoscere anche la tristezza, la rabbia… devi entrare in contatto con tutte le tue emozioni, devi conoscere tutto lo spettro emozionale. Perché altrimenti è più difficile provare gioia e veicolarla.

Nel momento in cui mi trovo in una situazione sicuramente tendo ad avere una visione “ottimista”, il che non vuol dire gioiosa, ma di certo mi permette di avere più facilità ad accedere alla gioia. Si tratta di un esercizio quotidiano e continuo.

-Nelle tue lezioni parli spesso di Intelligenza Emotiva. Quanto viene utilizzata oggi e quanto è importante?

L’intelligenza emotiva è la capacità di integrare la parte emotiva con la parte razionale al fine di prendere decisioni sostenibili.È una capacità che purtroppo viene utilizzata pochissimo. Ha un potenziale immenso sia nello sviluppo della performance che nello sviluppo delle relazioni personali, familiari e professionali.

Diverse ricerche hanno riscontrato una stretta relazione tra la performance e l’intelligenza emotiva. Si è scoperto infatti che le aziende e le società che hanno un alto livello di intelligenza emotiva del proprio personale sono aziende che anche sul mercato rendono e fatturano di più.

Tutti i giorni noi prendiamo decisioni più o meno grandi, dal decidere di uscire per fare la spesa al firmare un contratto di lavoro… Per ogni decisione che prendiamo interviene sia la parte razionale che la parte emotiva e se non conosciamo le nostre emozioni rischiamo che saranno loro a decidere per noi e a decidere persino sulla nostra parte razionale.

Parlare di intelligenza emotiva è fondamentale. Si inizia a parlarne nelle scuole ma ancora troppo poco… per non parlare degli ospedali… dove ce ne sarebbe più bisogno, eppure è drammaticamente carente.
Si parla tanto di “umanizzazione delle cure”, ma troppo spesso chi ne parla non è né esperto di intelligenza emotiva, né di comunicazione e relazioni.

-Le emozioni influenzano il corso della nostra vita, i nostri comportamenti e le nostre scelte… Cosa vuol dire “navigare le emozioni”?

“Navigare le emozioni” è una delle 8 competenze dell’intelligenza emotiva secondo gli studi di Six Seconds (network internazionale che si occupa di studio e diffusione dell’intelligenza emotiva nel mondo).

Navigare le emozioni è una competenza che viene subito dopo le competenze che riguardano più che altro il riconoscimento delle emozioni. Navigare le emozioni è infatti molto più facile quando le riconosci, quando entri in contatto con esse e riesci a dare un nome a cosa senti.

“Navigare” vuol dire seguire il flusso delle emozioni… perché non possiamo bloccarle. Le emozioni sono dei processi chimici e fisici che avvengono in risposta a degli stimoli interni ed esterni a noi, è per questo che non possiamo “non sentire” determinate emozioni o far finta che vada tutto bene e che non sia accaduto nulla. L’emozione come processo chimico e fisico avviene, non la possiamo bloccare, non possiamo costruire una diga… ma possiamo navigarla. Come?

Come una nave che, grazie allo scafo, alla vela e al timone, riesce a navigare qualsiasi mare, che sia calmo o in burrasca. Lo scafo, la vela e il timone sono tutte quelle competenze tecniche e emotive che possediamo e che possiamo allenare tutti i giorni.

Ci sono tanti aspetti relazionali che ci permettono di rafforzare la nostra nave in modo da navigare qualsiasi mare ci troviamo ad affrontare. Questi aspetti sono: esercitare l’ottimismo, analizzare il pensiero sequenziale, quindi i costi e benefici di una scelta, allenare l’ascolto empatico…

Quando mi trovo in ospedale per esempio…nell’immaginario collettivo sono il clown che fa ridere, ma quando mi trovo in situazioni di grande disperazione e tristezza non posso pensare di prendere una nave gioiosa, metterla in quel mare e sperare che arrivi in porto. Devo navigare quella tristezza, quella rabbia… prima di tutto riconoscendola, accettandola, e capendo in che maniera poterla trasformare.

-Quel rosso naso di gomma che ha strappato tanti sorrisi a grandi e piccini, cosa ha portato nella tua vita?

L’ha cambiata. Ti cambia la vita. Ora noi lo simboleggiamo con il naso di gomma ma fondamentalmente rappresenta tutto un percorso che è stato fatto, una formazione importante durata un anno.

Ci tengo a sottolineare che il clowndottore deve essere formato non solo dal punto di vista artistico ma anche dal punto di vista psicoemotivo.
Al di là del percorso è poi la strada che fai a cambiare la tua vita, ti aiuta ad entrare pienamente in contatto con il bambino che è in te.

Una delle frasi del piccolo principe diceva: “Il guaio degli adulti è che si sono dimenticati di essere stati bambini”…
Quando perdiamo il bambino che è in noi, e quella sana follia, perdiamo tanto del nostro emotivo. Il clown ti dà la possibilità di rientrare in contatto con il tuo bambino.

È un percorso che consiglio a tutti, non solo a chi poi vorrà fare il clowndottore e avere competenze specifiche.
Ti permette di entrare in contatto con le tue emozioni, con il bambino che è in te… e questo ti aiuta anche nella vita di tutti i giorni.

-Cos’è per te la felicità?

La felicità è una trappola. Viviamo in una società che tende a parlare di felicità come di uno slogan… “ecco come raggiungere la felicità, come essere felici, mettetevi accanto chi vi fa sorridere, fate cose che vi rendono felici”…
Vivere rincorrendo lo slogan “devo necessariamente essere felice”, porta solo a riempirsi di ansia.

Credo che la felicità vissuta come ricerca spasmodica e costante di uno stato di benessere ideale sia solo una trappola. La felicità è fondamentalmente una ricerca costante di ciò che ci fa stare bene. Ma ciò che fa stare bene te non è uguale a ciò che fa stare bene me e viceversa… La felicità è anche trovare una sana comunicazione tra le persone e con se stessi.

Ciò che è importante è riconoscere cosa può realmente rendere felice te, ricercare la tua personale felicità e non una ideale.

Nel momento in cui chiarisci chi sei e che cosa vuoi… e lanci nell’universo un messaggio chiaro di cosa sei e cosa desideri…l’universo ti manderà sempre indietro qualcosa che tu hai mandato. Se invii qualcosa di positivo e buono all’altro… sicuramente in qualche modo, in qualche maniera, e in altre forme ti ritornerà.