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Piazza Risorgimento: luogo romantico o pauroso?

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piazza risorgimento

Se una persona che vive a Roma sente nominare piazza Risorgimento, o pensa alla vicina basilica di San Pietro o, molto probabilmente, al traffico e all’impossibilità di trovare un parcheggio, ma nell’‘800 la situazione era ben diversa. 

    Lo scrittore romantico René de Chateaubriand nelle sue Memorie scrive qualcosa di sconvolgente per i romani di oggi: “Si udiva un usignolo in un valloncello balaustrato di canne. Soltanto lì ho trovato la tristezza melodiosa di cui parlano gli antichi poeti a proposito dell’uccello della primavera”. 

   Ebbene sì; il posto di Roma in cui era possibile pensare alla persona amata, facendosi accompagnare nientemeno che dal canto dell’usignolo, corrisponde all’odierna rumorosa piazza. Ma, come si legge nel diario, il luogo era molto diverso da quello che tutti noi conosciamo.

    In quel punto sorgeva una delle porte della città, Porta Angelica, che in seguito venne abbattuta. Era stata eretta per volontà di papa Angelo Medici (Pio IV), che le diede il suo nome, e da alcune fotografie scattate subito dopo il 1870 apprendiamo che aveva ai lati dei muretti bassi che facevano da sponda ad un fossato “balaustrato di canne”.

    Il luogo era talmente pacifico e silenzioso che alla fine del 1500 Sisto V vi fece erigere un ospizio per gli eremiti, costruendovi accanto la chiesa dell’Ascensione del Signore, che in seguito prese il nome di Santa Maria delle Grazie. Ma questo quadro idilliaco era spesso turbato dalla presenza di un uomo molto particolare. 

piazza risorgimento    Pier Paolo Trompeo racconta che tra i personaggi che frequentavano la chiesa e il quartiere c’era un uomo “sempre ben vestito, ben raso e incravattato di bianco”. Si trattava di Giovanni Battista Bugatti, più conosciuto come Mastro Titta, il penultimo boia di Roma (l’ultimo fu Cencio Balducci). Nel corso di cinquant’anni di onorata professione pare che abbia eseguito 514 “opere di giustizia”.

    L’animo dei romani è sempre stato molto colpito dalla figura del carnefice, essi infatti accorrevano numerosi nelle piazze durante le esecuzioni capitali. Tra la folla che assisteva al terribile spettacolo c’erano anche bambini di diverse età, i quali dopo la morte del condannato ricevevano uno schiaffo dagli adulti affinché ricordassero che ciò che avevano visto era il destino di coloro che disobbedivano alle leggi dello Stato, ma anche alla legge morale. 

    Fino a pochi anni fa gli abitanti di Borgo, il quartiere adiacente al Vaticano, chiamavano “casa del boia” una costruzione con facciata graffita risalente al 1936, sita in Via del Campanile n° 4. Molto probabilmente lì non abitò mai l’uomo incappucciato, ma la gente aveva inventato questa leggenda perché sulle pareti dell’abitazione era raffigurata l’uccisione di Abele per mano di Caino, o almeno così si credeva. In realtà gli studi fatti sulle vecchie fotografie hanno dimostrato che il soggetto rappresentato era il dio Mercurio che assale il guardiano delle vacche.

    Il popolo, più esperto di storia sacra che di mitologia, ha visto nel dipinto il celebre episodio biblico, ma soprattutto ha dedotto che in una casa su cui era rappresentata una scena di omicidio poteva vivere solo il boia di Roma. 

    Oggi non esistono più né Porta Angelica né “la casa del boia”, tuttavia è sempre bello ricordare le credenze popolari e pensare che a Piazza Risorgimento, qualche secolo fa, qualcuno tremava pensando alla morte e qualcun altro si struggeva d’amore al canto dell’usignolo.          

Alessandro Gerundino

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